I semi di Acai sono contenuti nelle bacche Acai, frutto di una palma arborea, Euterpe oleracea, familia Arecaceae, coltivata in tutto il Sud America. Il frutto si presenta come un acino d’uva nera ma con meno polpa e con un grosso seme; le bacche di Acai sono racchiuse in pannocchie.
I semi di Acai vengono puliti e perforati da parte a parte con un piccolo trapano, utilizzando il buchetto, che i semi hanno naturalmente, dell'attaccatura all'albero. I semini poi vengono lasciati asciugare all’aria per circa 3 mesi e poi setacciati con acqua e pietre. Una volta asciutti vengono colorati.
Il Block printing è un antichissimo metodo decorativo tipico dell’Asia. Utilizzato per decorare tessuti e carta, prevede l’impressione manuale con l’utilizzo di matrici in legno sulle quali è inciso in negativo il disegno che si vuole ottenere. Si versa la tintura desiderata su un foglio di spugna, ci si imbeve il blocchetto di legno che poi viene appoggiato e pressato sulla superficie fino a ottenere la stampa. La creatività degli artigiani esperti in questa tecnica si esprime sia nella realizzazione di disegni per le matrici sia nella scelta della disposizione delle immagini, creando decorazioni legate alla tradizione e allo stesso tempo ogni volta diverse e originali.
La tipica varietà di arance Colombiane è particolarmente adatta per produrre il succo. Oltre alle industrie alimentari, decine e decine di donne dei quartieri popolari hanno approntato piccoli chioschi ambulanti dove passano le giornate spremendo le arance e vendendo il succo ai passanti. Anni addietro la fondatrice di Sapia, Ana Piedrahita, ebbe l’idea di utilizzare le bucce di arancia buttate da queste donne per produrre piccoli articoli decorativi e da regalo, pupazzetti, scatoline, ghirlande pezzi di bigiotteria e altro ancora. Con la crescita della domanda Sapia iniziò a coinvolgere direttamente queste donne, insegnando loro a ripulire le arance dalla polpa e ritirandole in cambio di un compenso in danaro. Le donne trovarono dunque un’inattesa fonte di reddito in quella che fino ad allora avevano considerato spazzatura. Sapia iniziò a produrre migliaia di pezzi utilizzando gli stessi scarti. Decine di artigiane oggi intagliano e modellano la buccia d’arancia che viene poi essiccata in un forno ad aria calda appositamente costruito ed infine assemblate in coloratissimi articoli, assolutamente eco-sostenibili.
Materia prima insolita ma resistente e morbida, la camera d'aria riciclata è disponibile in grandi quantità, poiché proviene dalle gomme dei Tir che circolano numerosi per le strade dell’America Latina. La camera d’aria inoltre è molto versatile e si presta a sostituire la pelle in numerosi prodotti. La lavorazione è interamente artigianale. In laboratorio le camere d’aria recuperate vengono aperte a metà e lavate con acqua e sapone molto accuratamente e stese come una stoffa. A mano si tagliano i singoli componenti della futura borsa o del portafoglio. Ogni pezzo viene nuovamente lavato con acqua e sapone e lucidato con un olio che rende la camera d’aria più morbida. A seguire i pezzi vengono assemblati usando le stesse macchine da cucire utilizzate per la pelle. Ogni borsa è cucita a mano e rifinita con dettagli molto curati, dando una nuova vita a un materiale che porta in se il segno delle carreteras latinoamericane.
La lavorazione delle popolazioni tribali Hmong del Vietnam crea tessuti con trame grosse e irregolari,
che esaltano la naturalità della fibra e ne mantengono inalterate le caratteristiche. I tessuti di canapa con cui vengono realizzati gli abiti di Craft Link sono leggeri e versatili, capaci di assorbire l’umidità e di mantenere una temperatura piacevole per il corpo, garantendo quella freschezza indispensabile per i capi estivi. La canapa è anche una fibra amica dell’ambiente, è resistente e non richiede pesticidi chimici o diserbanti per crescere, favorisce la rotazione delle colture e aiuta a mantenere l’equilibrio dei terreni in cui è coltivata.
I semi di chirilla provengono dalla foresta pluviale amazzonica e fanno parte delle Arecaceae, la famiglia botanica della tagua. Attraverso un processo manuale e sostenibile i semi vengono raccolti e poi trasformati in perline.
Il cotone è una delle fibre tessili più diffuse al mondo:
è traspirante, molto igienica e versatile e disperde abbastanza
facilmente il calore. Il tessuto di cotone si ottiene da una pianta del
genere Gossypium, un arbusto nativo delle zone tropicali e subtropicali
del mondo, tra cui l’India e il Pakistan, da cui proviene quello
con cui sono realizzati i capi Trame di Storie. Pur essendo una fibra
naturale il cotone ha un elevato costo ambientale: necessita di molta
acqua e di un elevato impiego di pesticidi. Per evitare dannose
conseguenze a coltivatori e consumatori noi selezioniamo accuratamente i
nostri fornitori di prodotti in cotone, perché garantiscano sia
adeguate condizioni di lavoro a produttori e tessitori che un impatto
ambientale il più ridotto possibile. Per questo tutti i capi
delle collezioni invernali e alcune linee di t-shirt e felpe sono
interamente in cotone biologico certificatosecondo gli standard
internazionali GOTS.
Il cotone biologico infatti è leggero sulla pelle e
sull’ambiente: coltivato senza l’uso di pesticidi chimici
non inquina la terra, non danneggia la salute di chi lo coltiva e non
irrita la pelle di chi lo indossa.
E’ un tessuto tradizionale del Bangladesh ed è composto dai fili sottili di un tipo di seta particolare, l’Endi Silk e da fili di cotone. L’Endi Silk, prodotta a partire dai bozzoli ancora aperti di un baco originario del subcontinente indiano la “Philosamia ricini”, è utilizzata per realizzare scialli e abiti per cerimonie. Abbiamo scelto l’endi cotton perché insieme al valore tradizionale del tessuto riunisce le preziose qualità della seta e del cotone: è leggero, morbido, luminoso e capace di valorizzare i colori della collezione.
La seta ha una storia antica quanto il mondo e una varietà di filati e caratteristiche altrettanto ampia. Per alcuni capi della collezione Trame di Storie abbiamo scelto l’Endi Silk, un tipo di seta prodotta con la “Philosamia cynthia ricini” un baco che si nutre delle foglie della pianta del ricino e che vive nel subcontinente indiano. E’ una seta morbida, leggermente opaca che tradizionalmente vien usata per scialli e abiti da cerimonia.
Il malkha e’ un tessuto in cotone a telaio manuale che nasce da un ciclo produttivo totalmente autogestito dai produttori e decentrato in modo da favorire le piccole manifatture locali rurali indiane e non dipendere dall’industria. Tutto il processo produttivo tradizionale del malkha avviene interamente nel villaggio. E’ una catena produttiva autosufficiente in cui ogni “anello” (il contadino, il filatore, il tessitore) ha un volto ed un nome. Per secoli il malkha ha dato lavoro agli abitanti del villaggio e buone entrate ai coltivatori. Purtroppo negli anni questo metodo di lavoro si è perso, anche per l’avvento della tessitura industriale che richiede tipi di cotone a fibra lunga, mentre per realizzare il malkha si utilizzava e coltivava cotone a fibra corta. L’introduzione dei semi di cotone a fibre lunghe geneticamente modificati, molto costosi, sterili e bisognosi di molta più acqua di quello tradizionale, ha inoltre portato sul lastrico una enorme quantità di contadini, tanti dei quali si sono suicidati. Dopo un lungo percorso di ricerca e la collaborazione tra ingegneri tessili e operatori sociali è stato possibile riattivare il circolo virtuoso produttivo del malkha, creando piccole industrie decentrate di cardatura (secondo l’insegnamento di Gandhi che indicava il ritorno ai villaggi rurali per ricostruire il tessuto sociale indiano) che utilizzano le varietà locali di cotone. Il malkha è così diventato il simbolo dei contadini che si riappropriano della terra e della loro vita. Il malkha utilizzato per i nostri vestiti risponde, nei modelli e nello spirito, a quell’ideale di sobrietà, essenzialità e pudore indicati da Gandhi e nasce come testimonianza di un lavoro di rete tra tessitori, coltivatori e operatori sociali.
Fresco, leggero e morbido, il lino è uno dei tessuti estivi per eccellenza, infatti non irrita la pelle, assorbe ed elimina il sudore, mantiene il corpo perfettamente asciutto e lo protegge dall’umidità. Coltivato in Vietnam da sempre, fa parte dei tessuti tradizionalmente usati per abiti e accessori, anche per la sua resistenza e versatilità.
Il khadi è il sistema di filatura e tessitura a mano del cotone e
della seta che il Mahatma Gandhi promosse come strumento di riscatto
sociale per le comunità rurali. Tutti, secondo lui, avrebbero
dovuto filare almeno un’ora al giorno e tessere il khadi,
attività fisica e spirituale insieme: l’arcolaio a ruota
era infatti il simbolo della non violenza. Aveva scritto nel 1921:
” I tessuti che importiamo dall’Occidente hanno
letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle…”
Per questo aveva promosso e sostenuto il boicottaggio delle merci
britanniche, in particolare i tessili. “Un paese rimane in
povertà, materiale e spirituale, se non sviluppa il suo
artigianato e le sue industrie e vive una vita da parassita importando
manufatti dall’estero”. Il khadi era il tessuto simbolo di
questa idea di riscossa, ma del vero khadi, cioè ottenuto da
fibre di cotone o di lana filate e tessute a mano, soltanto pochi, in
qualche paesino dell’immensa India rurale, avevano conservato la
sapienza.
Così il Mahatma faticò molto a trovare chi gli insegnasse
l’arte della filatura e della tessitura.
Lo aiutarono alcune donne dell’ashram di Ahmedabad e
grazie a loro, nel 1919, Gandhi potè indossare un dhoti
di puro khadi. Subito invitò tutti gli indiani a seguirlo nel
vestire di khadi, che nella sua visione era la materializzazione
dell’ ideale di libertà dal giogo dell’imperialismo,
di umiltà spirituale, di purezza morale, di eguaglianza sociale,
di abolizione dell’intoccabilità di casta.
Il Tagga è un tipo particolare di ricamo Khanta che unisce motivi occidentali con modelli e texture tradizionali del Bangladesh. Ogni ricamo è creato a mano con applicazioni, perline o inserti in altri materiali
Gli Hmong sono una minoranza etnica che vive sulle montagne del Vietnam Centrale. Le donne di questa popolazione sono famose per i loro abiti tradizionali usati durante le cerimonie di matrimonio, i funerali, le feste. L’abito è composto da un paio di pantaloni neri e una tunica nera riccamente decorata, con un elaborato colletto ricamato. Una ragazza è considerata poi particolarmente attraente quando si avvolge attorno ai fianchi molte sciarpe ricamate a intarsi, solitamente rosa e verdi e con spirali ricamate che rappresentano una chiocciola. Anche il colletto applicato sugli abiti è una caratteristica distintiva delle donne H’mong, con la quale sono solite dimostrare la loro abilità manuale. Con un minuto paio di forbici, una donna taglia da un piccolo pezzo di stoffa, un complicato disegno che andrà a cucire a piccoli punti su un altro strato di stoffa che poi ricamerà. Le applicazioni e i ricami variano ispirandosi alla vita quotidiana e alla natura.
I ricami KANTHA arrivano dalla più antica tradizione decorativa bengalese: le donne li usano da secoli per decorare i loro sari, unendo impuntura e ricamo. La parola bengali Kantha significa infatti ricamo a trapunta, in sanscrito significa avanzo di stoffa. Entrambi i significati mettono il luce l’usanza di riutilizzare pezzi di stoffa, fili avanzati e frammenti per trasformarli in nuove splendide decorazioni per i loro abiti. Da uso quotidiano è diventato una vera forma d’arte attraverso la quale le donne rappresentano il loro immaginario o la natura che le circonda. In Bangladesh il ricamo Kantha ha una ulteriore sua specificità e per questo è definito Nakshi kanta perché si riconduce a determinati modelli artistici. Aarong ha fatto rivivere l’arte Nakshi Kantha insegnando la tecnica a centinaia di donne dei villaggi per creare tessuti, copriletto, tovaglie, lenzuola, cuscini e molte altre cose. Il Kantha viene anche usato per decorare i sari e i kurta. In questo modo è stata rivitalizzata una importante forma artistica tradizionale e promosso il miglioramento delle condizioni di vita delle donne.
Porgai nel dialetto Lambadi significa Orgoglio. Ed è proprio con orgoglio che le donne Lambadi hanno recuperato lo stile di ricamo della loro tradizione. I Lambadi erano gitani che provenivano dal Rajasthan e si sono stabiliti dopo molto peregrinare nella valle del Sittilingi (Tamil Nadu) e nei loro ricami esprimevano gli umori, lo stile e i colori della loro vita. Attraverso l’incoraggiamento di Tribal Health Initiative, una organizzazione benefica che lavora nella valle di Sittilingi, le donne Lambadi hanno scoperto di poter trasformare una modo tradizionale di espressione della loro creatività in una fonte di sostentamento. Hanno così iniziato a realizzare articoli con questi ricami che hanno denominato Porgai, l’ orgoglio appunto di perpetuare, mostrare e condividere con il mondo il loro patrimonio culturale.
La seta è una fibra naturale che si ricava dalla lavorazione dei bozzoli creati da piccole larve, i bachi. La storia della seta ha origini antichissime e avvolte nella leggenda. In tempi remoti la coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi sono arrivati in Vietnam dalla Cina, dove hanno dato vita ad una prosperosa tradizione artigianale. Luminosa e allo stesso tempo materica, la seta tessuta al telaio manuale dagli artigiani vietnamiti di Craftlink ha una consistenza unica che la rende estremamente versatile e adatta, con la sua morbidezza, a realizzare sia abiti che sciarpe.
La tagua è la noce di una palma ( Phytelephas aequatorialis - fam. Arecaceae) originaria della regione amazzonica situata tra Ecuador, Perù e Colombia. Nasce da una pianta altissima che può raggiungere i 25-30 mt di altezza, con foglie lunghe fino a 6 metri. La tagua concorre alla conservazione della selva amazzonica in quanto la palma che la produce non è coltivabile ma cresce esclusivamente nella foresta. I suoi frutti non possono essere colti ma bisogna attendere che maturino e cadano al suolo. La sua lavorazione deve dunque assecondare i ritmi naturali della pianta. In passato la noce di tagua veniva utilizzata per produrre bottoni, fiches e altri oggetti, ma con la diffusione delle materie plastiche il suo utilizzo si ridusse enormemente. In anni recenti è stata recuperata per la produzione di bigiotteria e altri manufatti, in tal modo ha recuperato un valore economico che spinge gli abitanti della foresta a preservare il suo habitat ricevendone in cambio una fonte di reddito. I suoi frutti appena raccolti sono molto teneri, ma con un naturale processo di essiccazione, si trasformano in una materia compatta, bianca e resistente, simile in tutto e per tutto all’avorio di origine animale che può sostituire in moltissime lavorazioni. In tal modo la tagua concorre a ridurre l’uso di avorio ed il conseguente rischio di estinzione per gli elefanti. Oggi la tagua è una risorsa economica sostenibile per chi la coltiva e chi la lavora.


